Immota

Immota è un racconto di Roberto Cipollone, pubblicato nella raccolta autoprodotta Ritorni, 2010.

AQOh Madonna mé!

Polvere, polvere e nuvole tutto intorno, bianco come il silenzio ma senza averne la purezza, né la pace. Eppure la pace sembra avvolgere le cose ferme e i rumori, placidamente incartati come in fogli di giornale, ora che tutto, tutto il visibile e il resto è caduto a terra e prova ad andare ancor più in basso senza trovare strada.

Un vecchio è a terra, anche lui, su un pavimento che non è quello di casa sua e forse anche per questo non gradisce affatto. I disegni barocchi delle piastrelle gli fanno figurare paesaggi lontani che non ha visto né vedrà mai, tra oggetti che non riconosce e un odore forte di calce, di gas, persino di legno vecchio e marcio. Non riesce a veder altro che il verde delle piastrelle sotto ai soffi di polvere bianca, grigia, che nasconde la casa come il tetro sipario di un teatro invisibile. Può appena girare il collo a destra per cercare di capire dove sia, e perché il suono di questa primavera si sia fatto sordo all’improvviso cancellando anche quella piccola voglia di vederla scorrere. I vetri della finestra, almeno così sembra, sanguinano dalle sue mani umiliate dal tempo, elevate dalla terra a monito aspro sulle strade facili e diritte che ognuno esige. La testa soccombe ad una specie di armadio, un mobile di certo disegnato per una casa da vecchi, probabilmente la sua se non fosse per la posizione incoerente. Prova ad alzare lo sguardo con poca forza ma non può andare oltre il nero della sua tana, il bianco del cemento ancora avvinto all’aria. Le gambe sono troppo deboli per quel peso ma in qualche modo ne uscirà, d’altra parte vuole capire cosa sia quel silenzio attorno, le gocce d’acqua che accompagnano i suoi respiri, la paura di morire e la sensazione forte di non essere più vivo.

Sono le 6e25 dell’otto aprile, due giorni fa questa città è stata sepolta prima di esser morta ed ora sbuffa solo a tratti dietro immagini straziate. Il vecchio non sa ancora quanto tempo sia passato da quando ha chiuso gli occhi, né come fuori stiano cercando ancora un respiro, un pianto, un grido disperato che sappia di vita. Lui, però, forse non esiste, o non esiste più, come la piccola casa in cima al vicolo dei Cari. Ci vive quasi da sempre oramai, dopo gli anni più belli sacrificati alla terra, alle bestie, tempi rimpianti come stupidi giochi di un bambino già vecchio. Ma lì, quasi da sempre oramai, lui è solo, confortato a tratti dal saluto dei ragazzi di fronte che cambiano senza preavviso e senza memoria, scordato ciclicamente e noto solo ai pochi vecchi del quartiere. È lì da due giorni ma quel buio per lui è un lampo, un attimo di vuoto in cui è stato inghiottito senza avere il tempo, la possibilità, la fortuna di realizzare che tutto è perduto. Non ha traccia né può averne, mentre fuori piangono sulla sabbia e scavano vuoti immensi nelle coscienze e negli affetti, nella normalità che non c’è più e non ci sarà, la speranza che giace sotto cumuli di parole.

Scarica il racconto (pdf, epub, mobi) o continua a leggere…

Il vecchio tenta di venir fuori dal suo rifugio con gli ultimi gesti di forza. È notte, sebbene non lo sappia, quando riesce a liberare le gambe dal peso dell’armadio ed a rotolare un metro a destra, al di là di ogni sua attesa. Sente una debolezza estrema avvinghiarsi a ogni tratto di sé, come se ora stesse per lasciare sul pavimento verde il proprio essere vecchio e guardarsi poi dall’alto con occhi rassegnati. È quasi l’una quando invece riesce ad alzarsi sulle proprie gambe, cedendo solo a un tratto e sbandando ad occhi chiusi verso la finestra interna. Non appena la stanza – o qualsiasi cosa sia – si ferma, il vecchio scorge il colore nero della notte, gira attorno ai propri occhi e lo squarcio del soffitto gli fa realizzare in parte dove sia.

“Ju tarramutu”, dice piano, guarda in basso e si segna la fronte con una croce

AQ2Si siede per terra esausto, chiude ancora un po’ gli occhi, ma non è tempo di star lì ad aspettare che cada qualcosa dal poco rimasto in piedi. Così cerca un varco in mezzo ai resti della sua palazzina, quella che un tempo somigliava alle dimore signorili della città prima di cedere ai giorni e all’abbandono dei vecchi. L’uscita sul vicolo è bloccata da calcinacci e travi, non c’è nemmeno da provarci, l’unica alternativa è la finestra verso il cortiletto, sperando poi che si sia aperto un qualche varco verso la piazzetta dei Santi. Non grida il vecchio, non chiede aiuto e non si dispera: nella sua mente ancora imbiancata dalla polvere l’unica cosa da fare è uscire da quel palazzo, da solo come ha sempre fatto. Intorno d’altra parte non sente ancora nessuno e deve farcela da sé. Non è mai stato propenso ad affidarsi agli altri, nel suo bastarsi ha sempre trovato la giusta compagna che non tradisce, anche ora che non può essere abbastanza.

La piazzetta si fa vedere dietro un foro abbastanza ampio da passarci dentro, anche per un vecchio come lui. Nessuna luce, non un rumore alle sue orecchie; appena tirata fuori la testa dal buco cerca un piccolo segnale umano ma senza successo. Si gira intorno e come in un sogno, in un incubo, si vede come l’ultimo superstite di un’immane catastrofe in cui tutti, tutti tranne i cani, sono stati inghiottiti all’improvviso da chissà quale entità sovrumana. La città, per quello che ne riesce a vedere – poco, in realtà, somiglia all’ultimo giorno della terra, un deserto di cosa malmenate dagli eventi senza alcuno intorno che possa ricordare, raccontare, neanche inventare cosa ci fosse prima. L’odore della notte aggiunge un tocco sin troppo teatrale alla sua inquietudine, ossia alla sua paura, la rabbia di non sapere neppure che giorno sia, cosa sia sopravvissuto della sua città, dove andare, e che senso abbia piangere, ora, senza sapere se desiderare di vivere o no. Un deserto di pietre e squarci che si aprono al cielo mentre questo non sa cosa dire, e si nasconde dietro una comoda notte. Tutto è nero fuorché una luna assurdamente bella e grande, inquietante. I cani le urlano contro sperando sia rabbia quando invece è solo istinto, e il loro guaire passa attraverso finestre immense, spazi disegnati da muri che non ci sono più. Ma a scongiurare la paura non basterebbe l’intera notte, ora che tutto sembra tacere nella mente del vecchio. Non ha cari a cui pensare preoccupato eppure vorrebbe piangerli per piangere sé, seduto su una panchina quasi integra dentro una notte squarciata dal silenzio. Appoggia lento la testa tra le mani, quasi con tenerezza, piegandosi verso gambe troppo stanche e vecchie. Pensa a quanto sia assurdo quel deserto, il suo silenzio, l’angoscia di non sapere nulla della vita e della morte, che tutt’intorno lascia un’ombra grigia cosicché anche la notte possa scorgerla dal suo nero rifugio.

Dovrebbe almeno bere, o mangiare qualcosa, così per istinto si alza in piedi e con gli occhi attenti sul buio scende verso San Bernardino, nella speranza sempre più tenue di incontrare qualcuno che possa risolvere almeno uno dei suoi dubbi. Ma ad ogni passo corrisponde un sussulto, ogni singhiozzato pensiero rimanda ad un ricordo, un pezzo minuscolo della sua vita che ora si fa grande almeno nel dolore. Le pietre ammassate disegnano mostri sulla sua città, la stravolgono ad ogni angolo cancellando storia, storie, un passato che è morto solo ora. Anche nel buio i mostri lo vedono passare lento in mezzo a loro e sembrano chinarsi a scrutarne il viso, a chiedersi come mai non sia morto e cosa stia aspettando ancora. Forse è lui a chiederselo, ma intanto cammina piano come un non-vivo in una terra desolata, surreale eppure talmente presente da sembrare solo disegnata, inventata. San Bernardino gli scorre affianco ora, ma persino le sue pietre non sanno più chiamarsi per nome. Nessuno racconta più la storia di questa città, nessuna voce, solo il crepitio dei sassi al passaggio del vecchio, di qualche cane che non sa distinguere il prima e il dopo. La chiesa di San Bernardino è ancora lì, colpita e sfregiata ma viva; qui l’orgoglio non c’entra, è questione di sabbia, di anni, di destino. Il vecchio prova ad allungare lo sguardo verso il cielo, che è ancora nero e non si colorerà per un bel po’, poi verso la scalinata, Fortebraccio, l’altra parte della città che si apre verso la valle di Bazzano. Ma tutto è piatto, fuorché i mostri alti sulle macerie, e piccoli pezzi di luce che si riflette sui vetri e sui frammenti più chiari. Se sia tempo di piangere o sperare non è molto importante adesso, e forse è tempo per entrambi, almeno adesso, per un po’. Vorrebbe chiedere perché, o come, ma non avrebbe senso bestemmiare la sua rabbia ad un cielo nascosto di vergogna, non c’è modo di tagliare da sé quella parte che ora esploderebbe, urlerebbe… morirebbe almeno. Quella parte resta in lui, sussulta ad occhi chiusi sapendo che quell’incubo rimarrà lì fuori ad aspettarlo.

Impossibile cancellare una città in pochi secondi, il vecchio non è ancora convinto di camminare nel mondo reale, eppure tutto somiglia a tratti a ciò che ricorda: i portici, il bar, i quattro cantoni. Si volta a destra con la stessa paura e non arriva che a pochi metri con lo sguardo; la fontana luminosa sarà molto più lontana ora, oltre i sassi e oltre il nero, benedetto stavolta perché nasconde altro strazio ingannando per un po’ la realtà. Procede scomposto, i passi sono faticosi e casuali, più volte ruota intorno ai piedi con la lentezza di un vecchio provato nell’animo più che nella propria fragilità terrena. Arriva quasi trascinando le gambe a piazza Duomo, dove domattina non sarà più il mercato né le facce che anche lui conosce nella loro normalità, davanti al caffè e ai tavolini d’estate, a guardare vetrine che ora non sono più lì, come tanta parte dei muri d’altronde.

Anime sante. La chiesa è un grido, una bocca che si apre disperata a raccogliere le lacrime dal cielo, a consolare il vuoto della città con il proprio. È un vuoto che si fa vicino e si apre ad ogni passo del vecchio, ora che le anime sante dipingono un inferno inverosimile, presente, crudele, totale, e nessuno intorno che possa dirlo. Eppure lo sapevamo, sembra pensare il vecchio, era tutto scritto da qualche parte. Ma la sua rabbia è solo un digrignare i denti consumandosi, un moto che resta nell’animo e non riesce a esplodere né a piangere. È la rabbia dell’impotenza, della miseria, la stessa che provava quando si ritrovava vecchio a non poter più lottare, o almeno indignarsi. Ma ora non c’è vecchiaia né speranza, nessuno che gridi anche per lui.

Quasi mosso solo dall’istinto entra nella chiesa squarciata, aperta ormai alla pietà dopo aver saggiato il terrore, il rumore sordo di un tuono sorto dalla terra. Il silenzio assoluto che riempie lo spazio ha da tempo dimenticato la sua sacralità per vestirsi di morte, dello stesso vuoto che avvolgeva la chiesa a guardarla da fuori. Di sacro rimangono le statue a terra, i volti angosciati sulle pareti, qualche croce che ha smarrito persino la propria speranza ora che nessuno può più pregarla. Neanche lui; ai suoi occhi quello è un deserto di fiori di polvere, di oro consunto dall’odore di calce e cenere. Un deserto vuoto e senza Dio. Non sa neppure della propria blasfemia, non la sente e non la sentirà finché il mondo gli sembrerà morire al di là della linea del bene e del male, al di là di un qualche Dio. Lo stesso nulla gli copre gli occhi man mano che la chiesa si fa più profonda, e lo squarcio della cupola non può neanche illuminare quel nero cupo, fosco di tutto quel che non sa. Il vecchio si siede sul primo banco, abbassa gli occhi e poi li chiude sperando ancora di sentire la voce del suo Dio, mentre i volti tutt’intorno tracciano cerchi di grida che nessuno sente.

Seduto su quel banco, il vecchio ritorna a pensare. È come se di tanto in tanto abbia bisogno di fermare gli occhi e gli altri sensi per cercarne un altro; di tanto in tanto ha bisogno di uscire e cercare lo stesso Dio che non sa maledire. Quale sia il senso di tutto, ora non sembra avvicinabile. Lui, vecchio e inutile, solo in una città senza suoni, senza parole, e nessuno che possa dirle. Fuorché lui… Ma a chi? È come se in sé ora sia tutta la sua gente, quella terra che ne è prigione e sostanza, che le dà senso. È come se quel legame antico ora coincida con l’attaccamento alla vita che lui conserva solo per abitudine, per dovere, per senso del destino. Ed è un legame doloroso, più volte segnato dal patire in nome della terra, mai maledetta, neanche quando si ribella ferocemente al proprio sottostare, giacere. Lui ora è tutti i suoi fratelli che gli appaiono morti solo perché lontani dal loro piccolo mondo, l’unico possibile. I fratelli che non conosce sono da un’altra parte, non lì, a ricordarsi l’un l’altro questa città e a piangerne la natura ed il destino, il coraggio fuori tempo e quasi infantile, folle di romanticismo e testardaggine. Qual è il senso di un vecchio uomo mentre non c’è nessuno ad ascoltarne i lamenti, le storie inventate e forse vere, la solitudine, niente che abbia da chiedere ai giorni? Se davvero è tutta la sua gente, non sa come onorarla, se è questo ciò che è necessario e inevitabile. Eppure si sente solo, l’ultimo, e la voglia di sparire senza grida non se ne andrà nonostante il senso di destino, di sorte non richiesta e non voluta. Non ci sono eroi né missionari, vivere un giorno o morire non fa differenza; tanto vale rimanere fermo lì ed aspettare l’unico atto pietoso che Dio può ancora concedergli. Poi non ci sarà nulla di sé, e tanto i ricordi non c’erano neanche prima. Nel suo deserto di abbandono e pietre dimenticate non può esserci neanche nobiltà né elevazione. Nessuno può vederlo, impassibile e già distrutto, sgretolarsi come la città al minimo soffio di vento. Eppure anche nel suo disgregarsi ineluttabile e dovuto il vecchio difende la dignità che è ancora ferma in lui, ed in questo è davvero tutta la sua gente, figlia di un alito antico di cui la terra ha ancora l’odore. China il capo e gli occhi e aspetta che giunga un destino, uno qualsiasi.

Poi, nel silenzio insistente, si fa largo un pianto, un pianto soffocato. Ma non è il suo.

Di scatto rialza gli occhi dalla sua tomba e si gira intorno con forza, si alza in piedi e cerca di capire da dove arrivi quel piccolo gesto di vita. D’istinto si dirige verso l’ingresso benché già sappia che non è lì la voce che cerca. Dopo pochi passi rapidi come non ricordava si ferma e guarda nel vuoto. Sembra quasi che arrivi dalla sagrestia, o qualsiasi altra cosa ci sia dietro la porta semidivelta a destra dell’altare. Così si avvicina con un passo più prudente, convincendosi in breve. Un bambino sembra piangere con voce flebile, fioca come la luce che tra poco darà segno di sé almeno dalla cupola disfatta. Non si chiede neanche perché l’abbia sentita solo ora, e il dubbio che non sia reale lo farebbe sprofondare. Meglio liberare in qualche modo la strada e la mente, e mettersi a scavare. Non sono poi molte le pietre che ostacolano la porta, ancor meno se in questo momento il vecchio si sente nuovamente vivo senza accorgersene. Otto, dieci strattoni dati con voglia e la porta è lì, quasi abbattuta già da tutto il resto. Quel debole pianto riprende solo a tratti, ma quando il vecchio riesce ad aprire un varco il suono si allarga un poco, così che lui capisce all’istante che è lì, vicino al vestibolo bianco di polvere.

AQ3Si avvicina e realizza di non aver sognato, di essere davvero, per molto o per poco, nel mondo che direbbe reale. Sotto un piccolo tavolo, protetto da una trave, c’è una specie di fagotto, del tutto bianco ma solo d’innocenza, e la voce disperata di un bambino piccolissimo. Sembra di pochi giorni. Piange ancora a singulti, il vecchio vorrebbe chiamare qualcuno che non c’è e suo malgrado dovrà fare da solo, per quanto potrà e mettendo da parte le paure che sono ormai di un altro mondo. Come un gigante davanti ad un fiore curvo prende in braccio il bimbo, timoroso. Tra sé e sé non vorrebbe caricarsi di questa responsabilità, d’istinto prova a consolare quel pianto esausto ma sa che le sue rassicurazioni non basteranno a placare la fame, o la pena, o qualsiasi cosa sia. Il bambino apre gli occhi solo a tratti, forse ha già imparato ad aver paura e non avrebbe dovuto, piccolo com’è. Però a tratti sembra che lo guardi come se sentisse che il vecchio può salvarlo, tirarlo fuori da un buio lungo giorni e immobile. Piange, e attraverso quelle gocce passa l’immagine appena accennata della speranza, senza che possa conoscerla in qualche modo.

Adesso non ha più senso né pietà restare in quella chiesa, il vecchio prende da terra una specie di zaino fattosi culla senza nemmeno badare al biglietto bianco su cui figurano appena quattro righe scritte in blu. Ora ha addirittura fretta di uscire di lì e non si perdonerebbe la stessa inerzia che prima lo lusingava. Percorre la navata pensando alla possibilità che ci sia ancora qualcuno lì in chiesa, forse in sagrestia. Ma comunque non ce la farebbe mai con un adulto. Decide che rientrerà per dar pace alla coscienza, ma intanto è meglio pensare al bambino.

Una volta fuori cerca di trovargli riparo come meglio può, adagiando lo zaino su una panchina lontana da pericoli, e torna in chiesa chiamando forte, verso la sagrestia. Nessun rumore, nessuno scricchiolio. Si convince che sia una prova evidente, ma è la sua paura a parlargli perché esca il prima possibile di lì.

Il bambino è ancora sulla panchina, le preghiere del vecchio sono state esaudite, eppure appena fuori dalla chiesa è preso da un brivido misto di ansia e stupore. Un’ombra è in piedi lì vicino e sembra guardare il bambino dall’alto; appena il vecchio realizza la scena grida forte con voce strozzata: “Eh! Chi è lì?”. La figura grigia allora si volta verso il suo richiamo, spinge il collo oltre le proprie spalle e dopo un passo risponde. “Renà, ma sei tu?”. Il vecchio, o Renato a quanto pare, per un attimo piomba nuovamente nel dubbio che il mondo attorno non sia affatto reale. La voce è quella di Paolino, Paolino della posta, uno dei pochi anziani rimasti a ricordarsi com’era il vicolo prima della guerra, quando i bambini come lui giocavano a fare i soldati con le fionde. Non erano cresciuti insieme, eppure a tratti si ritrovavano e rimpiangere le stesse cose, persino le stesse fatiche. Paolino però rimaneva sempre quello di città, di fatto l’unico del quartiere ad essere sempre vissuto lì e a condividere col vecchio, Renato, la sottile capacità di lamentarsi che solo i vecchi hanno.

Renato fa altri due-tre passi prima di parlare nuovamente, quasi a cercare conforto da occhi che poco possono darne, quindi si convince che sia proprio Paolino; per quanto gli sembri assurdo trovare lì proprio lui, ora ha bisogno di una qualche certezza, l’aiuto di qualcuno dove altro non c’è. “Paolì, pé fortuna che ci sta tu… ecco, è la fine”.  Non sarebbero tipi da abbracci eppure ora ne hanno bisogno, Renato sembra piangere ad un tratto ma è solo un rivolo umido che spegne subito. Non basterebbero ore né forse giorni a raccontarsi la tragedia del terremoto, il rumore cupo che Renato ricorda appena, la visione delle case e del vicolo, i mostri sulla loro città, la disperazione e la ricerca di una misera pietà, un gesto di consolazione dallo strazio che è prima in loro e poi lì fuori. Non basterebbero giorni, ma c’è un respiro che cerca di non spegnersi come le luci attorno, e dovrebbero far presto se la speranza ha ancora un senso.

Così Renato prende a spiegare tutto quasi correndo, non c’è tempo da perdere se è vero che il bambino sarà lì da troppo oramai, e forse è già un miracolo che sia ancora vivo. Paolino allora lo convince a tornare verso il castello, il loro quartiere, il loro stesso vicolo, ché forse li staranno cercando ancora, e chiunque sia saprà di certo cosa fare. Non possono salvarlo da soli, questa è l’unica certezza. Renato vorrebbe cercare aiuto lì intorno ma sa già che Paolino ha ragione ed è meglio evitare di fare gli eroi. D’altra parte il deserto intorno non cessa il proprio disegno di morte e buio, e i pochi balzi di vita continuano ad esser privilegio di cani neanche più spaventati.

Renato riprende in braccio lo zainetto e cerca di coprirlo come meglio può, il bambino non piange più e questo non è un buon segno poiché ora non avranno idea del suo attaccamento a quella vita. Solo un respiro che a tratti sembra fermarsi, al punto che Renato deve accostare di tanto in tanto l’orecchio per smarrire quel silenzio, salvo ritrovarsi ogni volta con una paura più nera. Anche della notte, che ormai ha perso il proprio ritratto scuro e sta per cedere ad un nuovo giorno ancora immobile.

Poche e sparse linee di luce tagliano una piccola parte della notte per ridarla all’alba, eppure il cielo al di sopra della città si nasconde ancora ridicolamente. Loro sanno che è lì e li osserva sperare, mentre qualcosa, qualcosa di quella luce strappa la vita al bambino, e nessuno può vedere la sua piccola aura camminare verso le linee nel cielo. Ma ormai sono all’inizio della salitella verso il vicolo, Renato ha ancora saldo il braccio il piccolo fagotto e il respiro che da quello sale inciampa sempre di più nell’aria. Durante tutto il tragitto non ha voluto mollarlo un attimo, nonostante gli inviti di Paolino che presto sono diventati esortazioni, spinte a non cedere alla fatica dei passi e degli anni. A suo modo anche lui sta portando il bimbo in braccio, a suo modo sta cedendo la propria forza a quella speranza sempre più vacua. Se solo potessero fermarsi un attimo capirebbero quanto questa scena sia teneramente paradossale: due vecchi, soli e disillusi, che provano a salvare una vita piccola senza averne la forza, e rinunciando alla propria passo dopo passo, solo per illudersi di nuovo. Credere di aver ancora qualcosa a cui rinunciare.

Non è un fatto di anni, non solo, né solo di attaccamento alle poche cose che la città ha potuto salvare nei loro ricordi. È il senso della ciclicità, la coscienza della morte che stavolta può avere un senso, mentre attorno nulla ne ha. Non l’ha avuto se si muore per niente. Quel loro spegnersi inconsapevole e inevitabile ha in sé tutta la pietà che agli altri non era concessa, e volge ad un altro tratto di vita, forse inutilmente, forse solo fantasiosamente.

Per la seconda volta in poche ore Renato è tutta la sua gente, quella che sperava e che non avrebbe smesso di provare neanche quando tutto era già perduto, le luci spente e nessuno a cui appigliarsi. La sua gente ferma sulla propria terra, ferma nel tempo come montagna, sotto gli schiaffi del vento attaccata alla vita senza prescindere dal Dio universale che la natura rende manifesto. La gente sospesa tra il dolore della vita e quello della morte, e per questo in eterno equilibrio come chi conosce  la spietata natura del destino e ne rispetta il passo. I due vecchi ci stanno provando ancora con la stessa forza, sebbene le gambe non reggano neanche la piccola salita oltre l’ennesimo cumulo doloroso. Provano a darsi un senso dopo aver assecondato la propria inutilità per anni ed anni ancora, quasi quella nuova vocazione possa salvare il buono non fatto finora.

Due ombre scorrono sul muro gonfio d’acqua prima di fermarsi un attimo e decidere gli altri passi che verranno. Se si guardassero bene intorno ora scoprirebbero la faccia dei mostri ancora assopiti ma meno neri, meno umani, che vegliano sulle piccole strade affrante. Ma non si guardano intorno, si incrociano tra le rughe mentre Renato sembra chiedere conforto all’amico che l’ha guidato fin lì, quasi a portarlo a casa. Ed in effetti il palazzo è appena a destra, chiuso e soffocato da pietre e legno, cemento che il tempo ha consumato insieme alle ossa dei due vecchi, insieme alla loro forza di braccia e animo. Paolino guarda l’altro per la prima volta con pietà, non c’è più voglia nei suoi occhi né nelle parole che dice, sembra smarrire anche lui quel senso di determinazione che era l’unica luce ancora accesa. Il bimbo respira solo a tratti e il silenzio si fa sempre più lungo da sopportare, ma senza di lui ora sarebbero solo due vecchi pazzi dentro una vecchia città sola.

Ancora nessuno intorno. Non un cane, non il sinistro strepitio delle ultime travi coraggiose. Non un uomo. La traccia è smarrita e Paolino lo sa, abbassa un po’ lo sguardo e respira più profondo che può, poi rialza gli occhi verso il compagno con poco coraggio, e poca voglia. “Si fa giorno”, dice, proprio mentre il primo raggio di sole buca la strada e porta giù con sé un po’ di cielo spento. “Non è più tempo per noi, Renà”. Renato distoglie l’orecchio dal suo bianco groviglio e si stupisce dello sguardo tetro che la prima luce gli mostra. “E il bambino? Che facciamo?”. “Abbiamo fatto tutto, Renà, non è più per noi. Questo era quello che c’era dato, niente di più… Andiamo”. Renato non smette di guardarlo spaventato, non capisce, o forse non vuole. “E dove andiamo, Paolì? Questo è un deserto di niente, io non ce la faccio più”.

Paolino riesce appena a incrociare il suo senso di arresa prima di coprirsi gli occhi non le mani, quasi a volersi salvare. Poi dice con voce strozzata: “Ancora non hai capito eh? Renà…”. Lo abbraccia quasi, in qualche modo lo spinge a lasciar andare tutto e Renato sente un nuovo conforto dalla sua mano, come se nell’amico ora fosse l’unica strada che gli rimane, l’ultimo appiglio necessario e doloroso. Abbassa ancora gli occhi verso il bambino, se lo stringe al petto e lo bacia come fosse santo, poi adagia lo zainetto su una pietra più grande, dove tutto è caduto e non può crollare ancora.

Questo rimane dopo la paura, il senso di impotenza davanti allo sfregio alla sua città, dopo la scoperta della piccola voglia di vivere che ci rimane attaccata quando non l’aspettiamo più. Questo rimane: perdere anche l’ultima disperata affermazione di sé e lasciar andare tutto, convincersi per illusione che tutto è fatto e oltre il muro non sia più il nostro mondo, non ci sia più dato dire parole dolci e dure alla nostra coscienza. Affidare la speranza ad un cielo che ci guarda da lontano, e forse ci guarda solo per abitudine.

Quella pietra piatta al di sopra delle altre sembra messa lì per quello, e Renato non se n’è accorto affatto; la mano di Paolino, meno ruvida e callosa ma non meno segnata dalle righe del tempo, gli ha soffiato dal cuore ogni volontà, ogni percezione del mondo così come lo conosceva. Ha perso tutto, eppure ora ritrova la serenità del bambino che era, la pace che si può accogliere solo quando intorno si fa buio e non sai se il giorno arriverà mai. In quel momento ti spogli anche dei tuoi ragionamenti, delle sequenze logiche che ti tagliano la mente, e affidi ogni parte di te a ciò che deve essere.

In questo momento Renato non ha più il senso delle proprie mani, né delle gambe, sa solo che è giusto andare come seguendo una stella buona, abbandonato al destino e sua vittima. Renato chiude gli occhi per l’ultima volta e sale a piccoli passi verso casa. Ma non cammina sui sassi e non calpesta sabbia né ferro. Sale come su una scala immaginaria seguendo l’aura dissolvente del vecchio amico, e sembra sfumare anche lui al tocco del primo raggio di sole, un bagliore che si risolve in pochi, lunghi secondi in cui percorre la strada del proprio paradiso. Forse sogna quelle della sua città così come le ricorda appena, e sorride un’ultima volta. Poi la sua immagine si fa brina, il sole torna quieto e la luce intorno si spegne un poco.

Sono le 6e25 dell’otto aprile e un vecchio è a terra su un pavimento che non è quello di casa sua. Lo troveranno solo tra un paio d’ore, a speranze ormai spente, senza saper neanche chi sia quel tipo rannicchiato sotto un mobile troppo pesante per le sue gambe. Senza più un soffio di vita nelle vene, senza nessuno che lo cerchi, ma illuminato ancora da un sorriso insensato.

A pochi metri da lui, su una pietra più larga delle altre, avranno già trovato un bimbo avvolto con cura in una specie di zaino. Stupiti, felici e confusi, gli angeli di questa terra non si saranno chiesti cosa ci facesse lì, né come fosse stato possibile non accorgersi di lui per due giorni. Avranno pensato solo a come può essere forte la vita, quando nasce oltre la vita stessa, dall’alito della terra, e resiste strenua al di là di quanto sia umanamente concepibile, o noto.

Quella piccola vita non c’era, non c’è stata, e ora è salva grazie alla sua stessa anima, un’anima santa forse, la sua gente immota. Quel bambino, fragile come un filo d’erba nuova, non cederà ad un destino crudele, non ora, e i suoi piccoli occhi si apriranno presto. A me piace pensare che si chiamerà Renato.

Annunci