Quando gli italiani erano “crocifissi” tra il cemento dei palazzi d’America

cristo-fra-i-muratoriÈ vero che è sempre una piacevole sorpresa scoprire nuovi scrittori di cui si ignorava precedentemente l’esistenza. Tanto più se la novità è in grado di scomodare la memoria rimandando a personaggi letterari che ci hanno accompagnato in precedenza. Così come, per chi scrive, conoscere Pietro Di Donato e collegarlo alla pagine di John Fante è stato un tutt’uno. Perché Di Donato, come Fante, è figlio di quell’ondata di emigrazione dei primi anni del Novecento che portò centinaia di migliaia di abruzzesi oltre oceano. Come Fante, Di Donato era figlio di un padre muratore e come lui è stato in grado di prendere la penna in mano per raccontare quel periodo e le gesta della manovalanza partita dalle terre povere d’Abruzzo per costruire la gloria e la maestosità dei palazzi e dei grattacieli delle città americane. Ma le similitudini fra i due, se si escludono anche i festival e i premi che i loro paesi di origine hanno voluto dedicargli, finiscono qui. Perché Di Donato, pur raccontando lo stesso mondo, utilizza un linguaggio e una narrazione del tutto diversi dal creatore di Arturo Bandini. Tanta infatti era l’ironia nel raccontare quegli uomini ruvidi come suo padre nelle pagine di Fante quanta la sofferenza, la fame e la paura della fame che emergono dalle pagine di Cristo fra i muratori, opera autobiografica pubblicata per la prima volta negli Usa nel 1939 e riportata alla luce in una nuova e curatissima edizione dalla casa editrice aquilana Textus, dopo che altre pubblicazioni avevano avuto alterne fortune in passato nel nostro paese.

Di Donato racconta infatti la propria esperienza non tralasciando di descrivere minuziosamente cosa significava lavorare e vivere in quell’America lì per i muratori venuti dall’altra parte del mondo; tra le inesistenti norme di sicurezza e le angherie del caporalato – anche ad opera dei propri connazionali, in quella che appare come una guerra tra poveri senza vincitori. E che non si tratti di una vita facile è possibile accorgersene subito, dai primi capitoli, dal racconto dell’incidente che segnerà per sempre l’esistenza del protagonista Paolino, rimasto orfano nel giorno del venerdì santo a causa del crollo di una palazzina in costruzione che ammazza, oltre ad altri lavoratori italiani, suo padre Geremia. È in queste prime pagine che il romanzo appare in tutta la sua durezza: con una scena forte che taglia il fiato e che non esime il lettore dal ritrovarsi sotto la calce viva che sommerge il povero Geremia, primo martire di questa saga delle morti bianche e del destino che non salva nemmeno i cristiani.

La vita di Paolino, dodici anni all’epoca dell’incidente, cambia per sempre, perché dovrà essere lui a sfamare una famiglia composta di altri 7 fratelli, imbracciando la borsa degli attrezzi del padre e sostituendolo nell’arte del posare mattoni. Una crescita forzata che sostituirà la spensieratezza dell’adolescenza con la fatica e i fulminanti dolori alla schiena, con le mani ruvide e callose da disinfettare con la pipì e con altre morti sul cantiere, viste questa volta direttamente con i propri occhi. È una vita in cui l’unico momento di sollievo è concesso da quel Cristo in croce che offre la sua figura per gli sfoghi e le preghiere del bambino e, soprattutto, della madre Annunziata, madonna che porta nel petto il cuore dilaniato. Un Cristo (nel titolo originale “Cristo in calcestruzzo”) che è il punto in comune per tutti i protagonisti della vicenda, in grado solo di rivolgersi alla sua figura anche quando c’è da discutere in tribunale, con i furbi avvocati americani, sull’indennizzo da ricevere per la morte in cantiere dei propri familiari. Ed è forse inutile dire che quest’indennizzo alla fine non arriverà mai, perché quello stesso Cristo niente potrà contro un sistema che non riconosce diritti ai più poveri, e stranieri, dell’epoca.

Nessuna redenzione dunque, nessuna salvezza e nessun lieto fine, resta solo Paolino a rivoltarsi contro quella stessa figura. E rimangono sangue e fatica, narrati con una lucidità che non vuole strappare lacrime e con una lingua più parlata che letteraria, per un libro che è testimonianza e realtà e che serve oggi a ricordare la storia di un mondo fatto della “lotta per obbedire al destino di un debito sempre aperto”; un mondo che, anche senza voler fare retorica, sembra appartenerci ancora.

Pietro Di Donato, Cristo fra i muratori, Textus Edizioni, L’Aquila 2011

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