Giornalismo: il paradosso dei precari che scrivono di precarietà

Inizio con un’affermazione provocatoria: forse anche i giornalisti stessi sono responsabili della precarietà che è diventata caratteristica principale del settore. Certo, sono anche i principali responsabili della redazione dei contenuti: senza i precari, che prendono nella maggior parte dei casi compensi da fame, nessuno potrebbe leggere i giornali o seguire i notiziari. Ma i giornalisti precari non smetteranno mai di fare il loro lavoro, nonostante tutto. Non so se per dedizione alla causa o abnegazione verso un mestiere che sta probabilmente attraversando una delle crisi più forti della sua storia. (E all’interno di questa crisi esplodono pure i dubbi personali.)

Perché si continua ad accettare di lavorare a queste condizioni?

Ma andiamo con ordine. Questa mia riflessione nasce da un servizio realizzato per Radio Città Fujiko in cui si parla proprio di precarietà nel giornalismo, segnalato su Twitter da jumpinshark, a cui ho fatto notare il paradosso dei precari che scrivono di precarietà, che potrebbe diventare quasi un nuovo genere letterario, come suggeriva lo stesso jumpinshark.

Continuando la discussione su Twitter, sono emersi parecchi problemi, tutti più o meno noti, ma ciò che mi colpisce è che sono tanti i giornalisti che scrivono di precarietà, in qualche modo rimuovendo la questione, allontanandola da se stessi, come se fosse un problema che non li riguarda. Inoltre, tante volte si denuncia la precarietà nel settore, ma fare i nomi è sempre difficile. A Presa diretta hanno recentemente compiuto un’azione onesta, sottolineando la precarietà di chi aveva realizzato i servizi. La ricerca Smascheriamo gli editori ha raccolto una serie di dati sui compensi nelle varie redazioni e forse non ha trovato la dovuta attenzione e non ha suscitato abbastanza rabbia. Ma quei numeri parlano da soli e, in ogni caso, il lavoro non è di certo completo.

Ogni articolo che parla di precarietà scritto da un giornalista precario dovrebbe iniziare con la frase: «Per realizzare questo articolo ho guadagnato x euro» (o, meglio, «guadagnerò», perché la puntualità nei pagamenti è un altro problema diffuso). Ovviamente non è possibile, perché una frase del genere non arriverebbe mai alla pubblicazione.

Non che questo possa risollevare la situazione dei tanti collaboratori e freelance italiani. Per fare questo servono soprattutto iniziative come quella della Carta di Firenze. Ma bisogna anche cacciare via i timori delle conseguenze, la paura che blocca tutti, che porta a fare un servizio sulla precarietà da precari (senza poterlo dire), che ha portato chi cerca di stare dentro questo settore a vivere una guerra tra poveri, nella quale se io rifiuto una collaborazione perché pagata troppo poco, c’è subito qualcuno pronto a non lasciarsi sfuggire l’occasione. E probabilmente la lista di coloro che possono permettersi di lavorare anche gratis è ancora lunga.

La precarietà nel giornalismo è un corto circuito in sé, un’impasse, perché i giornali stessi oscurano i precari che li tengono in piedi. Quindi ben venga che se ne parli, ma bisogna provare a osare di più, a colpire più a fondo. Perché lavorare come freelance potrebbe davvero essere il modo migliore per svolgere questa professione ma non se è un gioco al massacro.

In Italia il giornalismo è in agonia e le ragioni sono tante: la precarietà, il sostanziale monopolio televisivo sul mercato pubblicitario, la questione dei finanziamenti pubblici all’editoria che distorce ulteriormente il settore, la difficoltà tutta italiana nell’alfabetizzazione informatica che riguarda troppo spesso anche i giornalisti e l’informazione. Ma se la scossa non viene da quelli che tengono in piedi tutto questo sistema, be’, allora il giornalismo italiano resterà in agonia ancora per parecchio tempo.

Credits: jumpinshark per la segnalazione e lo spunto, taipei per il confronto.

Da Festina lente di Roberto Laghi

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