Pronto Jobs? Mi senti?

Dal diario di una redattrice in panne – Estratto numero 2

Punto e a capo, puntini di sospensione, punti fermi che traballano e vite che si sgretolano con la lentezza inesorabile delle valanghe.
Del perché l’editoria è finta.

Qualche giorno fa è morto Steve Jobs. I social network si sono riempiti di mele a mezz’asta, “siamo il vecchio che avanza”, ho pensato: ho un nipote undicenne che usa autonomamente, e per sua personale scelta, Ubuntu.
«Stay hungry, stay foolish!», aveva detto papà Mac a dei giovani laureati da “sogno americano”, col cappello americano, lui, che allo studio aveva preferito vivere e creare. Abbiamo fame, questo è certo, e se perseveriamo così diabolicamente, di certo, le nostre rotelle non sono tutte al loro posto.

Grazie Steve, per l’iPod, l’iPhone, l’iPad che non mi sono mai potuta permettere, ma grazie soprattutto per la dignità che hai dato, con quelle parole, a una condizione mentale ed esistenziale che siamo costretti a vivere. Grazie perché la tua storia è uno degli ultimi grandi esempi di comunione tra téchne e physis: forma e sostanza dell’arte. Contenuto e contenitore. Solidità e disciplina del genio. Cose che non esistono più, forse – paradosso – anche un po’ per colpa tua.

Cosa c’entra Steve Jobs con l’editoria?
C’entra, perché prima di inventare scatolette di design, il capo fondatore della Apple si era dedicato a qualcosa di minimo e concreto, come le lettere, quelle che compongono le parole con cui costruiamo i libri. (Ragazzi del settore, lo sapete cos’è un carattere Sans Serif? Se non lo sapete fatevi una ricerchina.) Poi c’entra perché siamo un branco di morti di fame, ma tutti digitiamo da candidi e costosi Mac, che montano processori Intel, ma fanno lo stesso tanto life-style.
Allora, bella gente, vorrei partire da questo binomio forma/sostanza, che ormai suona come una dicotomia, riflettere e denunciare un po’ di fatti che non hanno a che vedere con il sistema che non paga, con gli stipendi che non arrivano: per questo, se avete nervi saldi, potete guardarvi in rete la replica di Presa diretta di domenica 2 ottobre, o telefonare a uno qualunque dei vostri indaffarati colleghi e chiedergli come ci si specializza in riscossione crediti.
Quello che voglio dire ha a che fare con “noi” disperati manovali dell’editoria che ci compiacciamo un po’ troppo e che non siamo una categoria perché non vogliamo esserlo: facciamo quello che facciamo per puro e individuale narcisismo di forma. Guardiamoci allo specchio, piantiamola di vittimizzarci, chiediamoci se abbiamo scelto questa strada perché era la nostra o perché faceva tanto fico. Chiediamoci se siamo persone capaci.

 Sono incazzata, Steve, molto incazzata, e danzo sul filo della follia. Perché mi avevano detto che la penna (la tastiera?) pesa più della zappa e fa più male della spada, ci ho creduto, ci ho investito, per poi accorgermi che era una stronzata grossa come il mondo, che per cambiare le cose forse bisogna iniziare a spaccarle sul serio. C’è chi si è fatto il culo e rovinati gli occhi, per rendersi conto di essere circondato da semianalfabeti che pretendono di “fare cultura”, ma quella penna non la sanno usare, nemmeno la tua tastiera, sanno solo garrire. Siamo circondati di parole inutili (comprese queste?) che non servono proprio a niente.
Allora, esemplifico. Tutti o quasi abbiamo Facebook, presumo che le nostre liste di finti amici pullulino di case editrici. Dateci un’occhiata, ci troverete nell’ordine: giorni della settimana scritti senza accento finale, stessa cosa si dica per il “sì” (parola italiana usata per comunicare risposta positiva), moltiplicazione di puntini di sospensione che diventano quattro al posto di tre, perché meglio abbondanti che deficienti, ops… deficitari, virgole tra soggetti e verbi, per non parlare di banali errori di battitura, che l’interfaccia permette ovviamente di correggere, se non correggi è perché pensi che vada bene così… Quando eravamo a scuola noi, la Gelmini schitarrava canti religiosi all’ACR, è nostra o è di Berlusconi la colpa di tanta ignoranza?

Pronto? Ci siete? Si distruggono indispensabili foreste per fare libri (che nella maggior parte dei casi sono superflui), quelle pagine virtuali aggiornate dagli iPhone sarebbero lo specchio di qualcosa che dovrebbe essere “culturale”? Di cosa cazzo stiamo parlando? Ritornate alle elementari. Compratevi una grammatica prima di lamentarvi che a stare seduti tutto il giorno fa tanto male la schiena, oppure provate a fare i camerieri per un paio di sere, presuntuosi figli di papà del cazzo, ce l’avete una sostanza? Ce l’abbiamo?
È con questa massa di idioti finto-patinati che dovrei identificarmi, che dovrei combattere una battaglia che non sia solo per la MIA personale sopravvivenza?

Poi conosco anche persone in gamba davvero, persone piene di idee, persone che sanno ancora che per scrivere occorre la sintassi e che hanno fatto chilometri per arrivare fin qua, a fatica, senza calci nel culo, che sono brave a fare quel che fanno, ma non gliene frega niente a nessuno. Persone che mentre parlano dicono cose, non muovono solo l’aria. Persone che ammiro e che sono costrette a mollare, perché i posti di lavoro, quei pochi che ci sono, sono occupati dai suddetti ignoranti che invece, molto spesso, non sanno fare niente di niente. Il perché mi risulta misterioso.
Esistono persone che continuano a gestire siti come questo, e come altri, per passione pura, autogestendo la loro fantasia e la loro fame. Matti, incoscienti! E persone che lavorano senza esibirsi, stando zitte, se l’alternativa è parlare di cose che non sanno. Tasto per tasto, come formiche, non pavoneggiandosi come cicale e come cicale cicaleggiando. Persone che non hanno scelto di fare questo mestiere perché amavano i brunch di lavoro, ma perché ci credevano sul serio, a partire dal “come si fa”. Queste persone qua, però, sono sempre le ultime di qualche lista.

Allora Steve, siamo incazzati e siamo folli, nostro malgrado. La maggior parte di noi ha voluto possedere uno dei tuoi bei Mac senza sapere cosa fosse un Sans Serif: il pressappochismo è il male del secolo, in tutti gli ambiti del nostro essere e sentire. L’editoria è pressappochismo, rumore di specchi su cui la gente si arrampica a suon di avverbi. Pleonasmo di pleonasmo. E siamo troppi. E siamo, ammettiamolo, ignoranti, nella tecnica e nell’uso della parola. Allora vorrei fare come te, ritirarmi dalla ressa e chiudermi in un garage; smetterla di parlarmi addosso e inventare un modo innovativo per FARE qualcosa, e cominciare, magari, a coltivare piante, per risarcire i boschi, anziché sogni affollati di parole vuoto a perdere.

Annunci