Album da disegno, la resa del buio

In un nucleo familiare ristretto, composto da padre, madre, figlio e nonna, il divorzio genera corruzione e morbosità nei rapporti di sangue. L’album da disegno diventa così lo spazio per liberare le ansie interiori generate da un ambiente in lenta disgregazione mentre la tensione della separazione e la diversità del ragazzo, vissuta come senso di colpa o come ingiustizia terrena, portano i personaggi a generare azioni e rancori irreversibili.

A raccontare è il figlio, che mette in fila una serie di immagini e dialoghi fuori da ogni ordine cronologico. Egli osserva con sguardo bianco lo sgretolarsi del rapporto dei genitori e sopporta malamente i continui attacchi della nonna (che lo ritiene causa del divorzio), le sue violenze verbali e fisiche, mentre l’odio per questa cresce ed esplode.

Spogliando di un velo dopo l’altro il racconto dalle immagini mentali e dalle fantasie del narratore, ricostruendo faticosamente una linearità temporale, che il racconto frammenta e ricompone in struttura poligonale, scopriamo segreti pesanti e colpe profonde nel nucleo familiare. Capiamo che la madre, colpita dalla solitudine e depressione dell’abbandono, si lascia andare a un rapporto edipico con il figlio, che il padre ha una relazione con l’educatrice del ragazzo e che questi, pressato dall’atmosfera insana della casa, in un momento confuso tra sogno e consapevolezza, uccide la nonna.

Dopo la scomparsa dell’anziana, il suo rapporto con lei (col suo fantasma che continua a svolgere le casalinghe azioni quotidiane) migliora, mentre la madre, intuendo quello che può aver commesso il figlio, si lascia morire lentamente.

Le forme di dissociazione e autismo del ragazzo diventano frammentarietà narrativa, scrittura minimale e poetica a cui si aggiunge un’acutezza inaspettata che sgorga dalla sua innocenza amorale. Alla semplicità e povertà dei dialoghi degli adulti si oppone una ricercatezza nelle similitudini e nella sensibilità linguistica a volte quasi esageratamente estetica.

È una scrittura fertile che genera immagini, che talvolta si chiude su di sé, altre invece spicca voli forse fuori dalla sua portata, ma non resta vuota, accarezza e taglia la realtà con lo sguardo pulito del protagonista, che è fuori dalla vanità del giudizio, ma conosce l’odio come risposta alla violenza inflittagli dalla nonna a causa della sua menomazione. Capro espiatorio di vecchie credenze, la vittima diventa carnefice e cancella dalla propria coscienza il peccato, tentando semplicemente di riportare l’ordine eliminando chi riversa il proprio rancore e la propria insoddisfazione sulle vite degli altri.

Chivu, attraverso questi elementi di frammentarietà e utilizzando lo sguardo apparentemente bidimensionale di chi non comprende la necessità dei sotterfugi e dell’autoinganno, riesce a rendere l’universo mentale di un ragazzo “diverso”, la cui vita gira attorno alle poche persone note (madre, padre ed educatrice), che si rifugia nella certezza di alcuni elementi (i biscotti, i colori, l’albero, i bisogni fisiologici, il centro educativo) quando la realtà attorno perde i confini e acquisisce molteplici chiavi di lettura.

Ma «la verità è la bugia alla quale decidi di credere», così chi muore non va via, ma resta con noi, possiamo toccarlo, cenarci insieme, ascoltarne ancora i consigli e credere fermamente che le cose vadano esattamente nel modo in cui dovrebbero andare.

 Adrian Chivu, Album da disegno, Aìsara, Cagliari 2011

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