Un’amazzone di vetro

Irene studia e lavora metà giornata in una cartoleria, ogni tanto gioca a pallavolo, fa volontariato per un’associazione di donne colpite dal cancro al seno e in una mensa per poveri. Irene ha 24 anni, vive a Parigi. Mentre aspetta la metropolitana osserva uno sconosciuto immerso in un libro, anche lui in attesa. Si volta, sta arrivando il treno. Poi una mano sulla spalla, lo sconosciuto la spinge e Irene finisce sulle rotaie. Il muro della metro di Parigi si riempie dei segni del suo sangue.
Irene cammina verso casa, passa sotto il suo cadavere impiccato al ramo più alto di un albero sul marciapiede. Attraversa la strada, ma non vede il camion che sta arrivando, si affaccia alla finestra del suo appartamento: scavalca, un salto, è giù.
Irene ci racconta di essersi fatta asportare un seno per somigliare alle amazzoni.
Ha comprato una spada e ci parla di tutta la gente che ha fatto a pezzi.
Si innamora di una giornalista di «Liberation» che un giorno le scrive un’e-mail per togliersela di torno.
Irene vorrebbe essere la protagonista di un fumetto sui senzatetto.
Questo è parte di ciò che ha nella testa, mentre cammina in una città che sembra una cattedrale di vetro, costruita con minimali tratti di pennino.
In Irene e i clochard, Florent Ruppert e Jérôme Mulot (“Prix Révélation” al Festival d’Angoulême e tra i protagonisti di Bilbolbul 2011) lavorano entrambi alla sceneggiatura e ai disegni, riuscendo ugualmente a ottenere un risultato pienamente unitario. Le tavole sono fitte trame di segni a china, i volti sono vuoti di elementi espressivi, domina un silenzio elettrico, dominano le pause e il senso di essere in una di quelle storie che riferiscono i bambini, dove non si è mai sicuri di ascoltare il racconto della realtà o una macabra invenzione della fantasia. La vita della protagonista è assolutamente quotidiana, la vediamo portare avanti il progetto del libro, mollarlo, innamorarsi, piangere. Ma la sua quotidianità si innalza a storia mitica di amazzoni e duelli, e Irene è l’eroina superflua della propria vita, che immagina sempre di essere altrove, di fare altro, di dire cose diverse.
L’epilogo, poi, in qualche modo sembra scontato e in qualche altro è crudelmente ironico, quasi uno sberleffo, un cerchio che si chiude intorno al vuoto dopo una serie di tavole in cui vediamo solo le strade della città: affollate, vuote, coperte di pioggia, col sole, sotto un manto di foglie. (Fulvia Guerri)

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