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Aspetta primavera, Lucky. L’editoria ai tempi del brand

settembre 7, 2011

Ha ragione Adamantino: un brand, bisogna diventare un brand, puntare al brand.
Io mi accontenterei anche di un brandy. Brandy Vecchia Romagna, etichetta nera.

Essere un lavoratore dell’editoria del terzo millennio significa, in gran parte dei casi, soffrire di una crisi che da ormai troppo tempo investe il settore. Essere un lavoratore dell’editoria autonomo, altrimenti detto freelance, invece può anche significare di vivere in crisi economica ed esistenziale per 350 giorni all’anno (dal conto si possono provare a escludere le feste comandate che servono pur sempre a dare un po’ di sollievo). Soldi da racimolare per pagare l’affitto e notti insonni a cercare di farsi venire una benedetta idea che permetta di cambiare le cose; tempo e denaro spesi tra brunch e happy hour a cui partecipare per conoscere le “persone giuste”, e-mail inviate senza ricevere quasi mai risposta e tante forze impiegate a cercare di recuperare crediti per lavori svolti tre o quattro (se tutto va bene) mesi prima.

È la dura vita dei lavoratori dell’“industria” editoriale; spesso senza diritti contrattuali, ma non esenti dal dover rispettare tempi di consegna da maratoneti e sempre alla ricerca di nuovi appigli cui aggrapparsi per non scomparire nel grande buco nero dell’anonimato.

È quella stessa dura vita raccontata sarcasticamente e con gran talento da Flavio Santi nel suo Aspetta primavera, Lucky, romanzo uscito a inizio anno per inaugurare “Luminol”, la nuova collana dei tipi della Socrates.

Un libro che, scimmiottando il titolo e il personaggio di fantiana memoria e accostandosi alla Vita agra di Bianciardi, ci guida in un mondo fatto di licenziamenti di bravi direttori editoriali per far posto al raccomandato di turno e di bollette scadute; di conduttori televisivi che si occupano di libri senza averne mai letto uno e di scrittori ormai vittime del loro essere diventati brand. Il talentuoso traduttore Fulvio Sant, alter ego dell’autore, è così costretto a rifugiarsi “mettendo la testa sotto terra”, come fanno gli struzzi, tappandosi le orecchie e cercando di (r)esistere, pesando quotidianamente le proprie traduzioni per capire se il numero di pagine basterà per luce, gas e telefono a fine mese.

Gli incontri con i personaggi grotteschi che popolano le scrivanie che contano, editori che non pagano (e a voler cercare il pelo nell’uovo ci sarebbe da chiedere all’autore il perché della scelta di non fare i nomi in un libro in cui i riferimenti a cose e persone sono tutt’altro che casuali), una compagna fissa e una con cui soddisfare i bisogni sessuali, la scrittura destrutturata tra il ghostwriting e i mille corsi per improbabili studenti universitari pur di farla diventare pane quotidiano… la vita di Fulvio Sant è tutto quello che non si sarebbe mai aspettato di dover affrontare dopo gli studi, le lauree e i master conquistati con sudore nel tempo. Ma la realtà che emerge dalle pagine di questo piccolo dramma generazionale è ben più amara e allora, a ben vedere, è lui che può permettersi di aggiornare proprio l’autore della Vita agra su quello che è diventato il “suo” mondo oggi: «Caro Bianciardi, tu non puoi saperlo, ma noi siamo la prima generazione di intellettuali-operai. Che buffo, una volta Flaiano ha scritto: “Non ci restano che gli artisti a voler sembrare operai”. Adesso lo siamo diventati per davvero, e non per posa snobistica. […] Senza soldi, senza futuro e senza nulla da perdere e da rimpiangere». Già, una realtà decisamente amara e un libro da far leggere a tutti quelli che, al primo incontro, sono abituati a chiederti: «E tu che lavoro fai?».

Flavio Santi, Aspetta primavera, Lucky, Socrates, Roma 2011

Album da disegno, la resa del buio

settembre 2, 2011

In un nucleo familiare ristretto, composto da padre, madre, figlio e nonna, il divorzio genera corruzione e morbosità nei rapporti di sangue. L’album da disegno diventa così lo spazio per liberare le ansie interiori generate da un ambiente in lenta disgregazione mentre la tensione della separazione e la diversità del ragazzo, vissuta come senso di colpa o come ingiustizia terrena, portano i personaggi a generare azioni e rancori irreversibili.

A raccontare è il figlio, che mette in fila una serie di immagini e dialoghi fuori da ogni ordine cronologico. Egli osserva con sguardo bianco lo sgretolarsi del rapporto dei genitori e sopporta malamente i continui attacchi della nonna (che lo ritiene causa del divorzio), le sue violenze verbali e fisiche, mentre l’odio per questa cresce ed esplode.

Spogliando di un velo dopo l’altro il racconto dalle immagini mentali e dalle fantasie del narratore, ricostruendo faticosamente una linearità temporale, che il racconto frammenta e ricompone in struttura poligonale, scopriamo segreti pesanti e colpe profonde nel nucleo familiare. Capiamo che la madre, colpita dalla solitudine e depressione dell’abbandono, si lascia andare a un rapporto edipico con il figlio, che il padre ha una relazione con l’educatrice del ragazzo e che questi, pressato dall’atmosfera insana della casa, in un momento confuso tra sogno e consapevolezza, uccide la nonna.

Dopo la scomparsa dell’anziana, il suo rapporto con lei (col suo fantasma che continua a svolgere le casalinghe azioni quotidiane) migliora, mentre la madre, intuendo quello che può aver commesso il figlio, si lascia morire lentamente.

Le forme di dissociazione e autismo del ragazzo diventano frammentarietà narrativa, scrittura minimale e poetica a cui si aggiunge un’acutezza inaspettata che sgorga dalla sua innocenza amorale. Alla semplicità e povertà dei dialoghi degli adulti si oppone una ricercatezza nelle similitudini e nella sensibilità linguistica a volte quasi esageratamente estetica.

È una scrittura fertile che genera immagini, che talvolta si chiude su di sé, altre invece spicca voli forse fuori dalla sua portata, ma non resta vuota, accarezza e taglia la realtà con lo sguardo pulito del protagonista, che è fuori dalla vanità del giudizio, ma conosce l’odio come risposta alla violenza inflittagli dalla nonna a causa della sua menomazione. Capro espiatorio di vecchie credenze, la vittima diventa carnefice e cancella dalla propria coscienza il peccato, tentando semplicemente di riportare l’ordine eliminando chi riversa il proprio rancore e la propria insoddisfazione sulle vite degli altri.

Chivu, attraverso questi elementi di frammentarietà e utilizzando lo sguardo apparentemente bidimensionale di chi non comprende la necessità dei sotterfugi e dell’autoinganno, riesce a rendere l’universo mentale di un ragazzo “diverso”, la cui vita gira attorno alle poche persone note (madre, padre ed educatrice), che si rifugia nella certezza di alcuni elementi (i biscotti, i colori, l’albero, i bisogni fisiologici, il centro educativo) quando la realtà attorno perde i confini e acquisisce molteplici chiavi di lettura.

Ma «la verità è la bugia alla quale decidi di credere», così chi muore non va via, ma resta con noi, possiamo toccarlo, cenarci insieme, ascoltarne ancora i consigli e credere fermamente che le cose vadano esattamente nel modo in cui dovrebbero andare.

 Adrian Chivu, Album da disegno, Aìsara, Cagliari 2011

Aggiornamenti

luglio 12, 2011

Nuovi file da salvare con nome e nuovi colori da impostare in questi giorni arroventati. Proprio ieri abbiamo chiuso infatti la versione definitiva della nuova copertina preparata per la giovanissima Citofonare Interno 7, che con Tropea e dintorni dalla A alla Z inaugura Abbecedario, la sua seconda collana dedicata alle “guide emozionali”; si parte da quella sulla Costa degli Dei, scritta da Maria Carrano, poi arriveranno in sequenza Lecce e Roma.

Nell’attesa delle prime copie calde di stampa i Refusi continuano intanto a leggere su fogli riciclati e a battere sui tasti, che pure se fuori i corpi evaporano al sole e dentro c’è bisogno di tenere le serrande abbassate per tentare di rinfrescarsi un po’ c’è da chiudere tutto in fretta in vista della nostra presenza alla quindicesima edizione di Arzibanda!

Buon caldo a tutti.

Il giornalismo informatico ai tempi di Brunetta

giugno 21, 2011

Qualche giorno fa l’aitante ministro Brunetta disquisiva davanti a una telecamera sui giornali informatici in cui lavorano centinaia di precari sfruttati della becera e ipocrita sinistra. Il ministro si era forse dimenticato però, dannata memoria, di un altro giornale online, finanziato dalla sua fondazione e affidato a un’agenzia di comunicazione che cura la sua immagine anche su facebook e che stipendia una persona addetta a cancellare gli insulti che gli vengono rivolti ogni volta che lui se la prende con il mondo intero.

Io in quella agenzia c’ho lavorato. Ho cominciato il mio rapporto con loro mercoledì 8 giugno e sono stato licenziato ieri, lunedì 20 giugno. Escludendo quella volta di qualche anno fa in cui andai a fare volantinaggio e smisi dopo due giorni per una sorta di gotta ai piedi, posso dire con certezza che sia stata l’esperienza lavorativa più breve della mia vita.

Ora, c’è da dire che là dentro mi stavo facendo un fegato grosso così a sopportare le linee editoriali dettate dai diversi clienti a cui si doveva far dei piaceri evitando di dare notizie scomode, ma il lavoro è lavoro e allora si andava avanti cercando di ottemperare le richieste di un silenziosissimo “direttore senza direzione” e degli altri “redattori senza redazionali” con più esperienza alle spalle.

E il fegato grosso così mi si è fatto anche nel sentirmi dire che per fare una notizia sui loro siti basta cambiare il titolo, l’attacco del pezzo e poi fare comodamente copia e incolla dalla fonte originaria (“Soprattutto da Dagospia che quelli non sono indicizzati dai motori di ricerca!!!”). Poi fa niente se il motivo per sbatterti fuori è che hai fatto copia e incolla per inserire 100 articoli in due giorni su un sito che doveva vedere la luce il giorno dopo. Loro queste cose non le fanno: “Te le sei sognate e noi siamo un’azienda seria”.

E vada pure questa, vada che hai dovuto recensire biografie di politici mafiosi senza manco (fortunatamente) averle lette, vada che sei stato tacciato di essere l’unico elemento polemico della redazione solo perché hai chiesto informazioni sulla linea editoriale del giornale dopo esserti preso un rimprovero a 200 decibel, vada che gli hai dedicato anche un’intera domenica ad assecondare i deliri leghisti e che non hai potuto pubblicare la foto di quando la Polverini imboccava Bossi.

Vada via tutto! Che quello che rimane, per l’ennesima volta, è il senso di smarrimento per un settore troppo precario, in cui l’informazione si misura in accessi (e allora va bene anche metter due seni in bella mostra per far salire lo “share”) senza preoccuparsi né della qualità né dell’aspetto di quello che si pubblica, in cui se non sei uniformato alla linea di pensiero del cliente sei polemico e in cui c’è sempre una lettera di licenziamento, quando sei fortunato a firmare un contratto, pronta dentro il cassetto del capo dei capi… (Gianluca Salustri)

Citofonare Interno 7: libri, case e progetti

giugno 9, 2011

Quasi tre anni fa è approdato a Roma, custodito nel cerebro di Rossano Astremo, Citofonare Interno 7. L’evento ormai, anche se pubblicizzato col passaparola, gli sms, le email private e i post di facebook, è diventato un appuntamento atteso dal circolo (né elitario, né selettivo, né circoscritto) di addetti al lavoro editoriale, appassionati di lettura, amanti della convivialità e imbucati di professione.

Si tratta di una serie di reading casalinghi, dove la location è offerta da chiunque abbia abbastanza posto per ospitare almeno una cinquantina di attenti ascoltatori, più un bell’angolo bar e cibarie varie offerte dagli organizzatori. Dietro gli eventi ci sono le energie del citato Astremo, di Girolamo Grammatico e Cristiano Peluso. Durante la serata almeno cinque scrittori a leggere loro produzioni inedite più un intermezzo di musica rigorosamente dal vivo.

L’iniziativa si lega al lavoro de “La casa di cartone”, associazione che si occupa di promozione sociale e sostegno dei senza fissa dimora.

Le forze degli organizzatori dei reading e l’entusiasmo che questi hanno suscitato sono da poco confluiti nel progetto editoriale che prende il nome dagli stessi incontri. È nata così la casa editrice Citofonare Interno 7 che, come biglietto di presentazione, ha dato alle stampe una prima raccolta di racconti scritti da autori che hanno messo su carta il ricordo di una presentazione riuscita particolarmente male: La letteratura non conta niente.

Noi di Refusi siamo stati contattati dall’editore Rossano Astremo per curare il progetto grafico dei volumi e non possiamo negare la soddisfazione che ci dà il partecipare all’iniziativa. Il progetto di Astremo si fonda su una profonda conoscenza del panorama letterario italiano, l’editore scrive, recensisce, si occupa di comunicazione editoriale da anni e ha costruito nel tempo una solida consapevolezza di quelli che sono i “talenti” nazionali. Non parliamo di nomi da best seller, ma di scrittori capaci che hanno da dire e che restano al margine dei grandi giochi commerciali.

Un po’, noi ci sentiamo affini all’idea e supportiamo il progetto. È un’ammissione di parzialità, ma vediamo se i tempi a venire non daranno ragione alle nostre intuizioni.

Per ora segnaliamo il prossimo appuntamento con il reading casalingo che si terrà in zona Porta Maggiore il 18 giugno, e che vedrà tra i partecipanti Cristina Comencini e Antonella Lattanzi. A breve qui troverete le informazioni sull’incontro. (Fulvia Guerri)

Un’amazzone di vetro

giugno 7, 2011

Irene studia e lavora metà giornata in una cartoleria, ogni tanto gioca a pallavolo, fa volontariato per un’associazione di donne colpite dal cancro al seno e in una mensa per poveri. Irene ha 24 anni, vive a Parigi. Mentre aspetta la metropolitana osserva uno sconosciuto immerso in un libro, anche lui in attesa. Si volta, sta arrivando il treno. Poi una mano sulla spalla, lo sconosciuto la spinge e Irene finisce sulle rotaie. Il muro della metro di Parigi si riempie dei segni del suo sangue.
Irene cammina verso casa, passa sotto il suo cadavere impiccato al ramo più alto di un albero sul marciapiede. Attraversa la strada, ma non vede il camion che sta arrivando, si affaccia alla finestra del suo appartamento: scavalca, un salto, è giù.
Irene ci racconta di essersi fatta asportare un seno per somigliare alle amazzoni.
Ha comprato una spada e ci parla di tutta la gente che ha fatto a pezzi.
Si innamora di una giornalista di «Liberation» che un giorno le scrive un’e-mail per togliersela di torno.
Irene vorrebbe essere la protagonista di un fumetto sui senzatetto.
Questo è parte di ciò che ha nella testa, mentre cammina in una città che sembra una cattedrale di vetro, costruita con minimali tratti di pennino.
In Irene e i clochard, Florent Ruppert e Jérôme Mulot (“Prix Révélation” al Festival d’Angoulême e tra i protagonisti di Bilbolbul 2011) lavorano entrambi alla sceneggiatura e ai disegni, riuscendo ugualmente a ottenere un risultato pienamente unitario. Le tavole sono fitte trame di segni a china, i volti sono vuoti di elementi espressivi, domina un silenzio elettrico, dominano le pause e il senso di essere in una di quelle storie che riferiscono i bambini, dove non si è mai sicuri di ascoltare il racconto della realtà o una macabra invenzione della fantasia. La vita della protagonista è assolutamente quotidiana, la vediamo portare avanti il progetto del libro, mollarlo, innamorarsi, piangere. Ma la sua quotidianità si innalza a storia mitica di amazzoni e duelli, e Irene è l’eroina superflua della propria vita, che immagina sempre di essere altrove, di fare altro, di dire cose diverse.
L’epilogo, poi, in qualche modo sembra scontato e in qualche altro è crudelmente ironico, quasi uno sberleffo, un cerchio che si chiude intorno al vuoto dopo una serie di tavole in cui vediamo solo le strade della città: affollate, vuote, coperte di pioggia, col sole, sotto un manto di foglie. (Fulvia Guerri)

Schegge di liberazione. Un’antologia sulla Resistenza

maggio 31, 2011

Schegge di liberazione è un’antologia sulla Resistenza, quella di quasi sessant’anni fa, che non se ne perda la memoria, e quella quotidiana di ogni giorno, che oggi più che mai è necessaria. Contiene racconti, saggi, poesie, fotografie.

L’idea è nata dal manipolo di valorosi di Barabba, che l’anno scorso hanno realizzato un primo ebook. Nel 2011 hanno avuto la bella idea di replicare, facendo qualcosa in più.

L’edizione 2011 di Schegge di liberazione è infatti ancora un ebook, disponibile gratuitamente in vari formati, ma è anche un libro cartaceo, che si può ordinare via internet o comprare alle presentazioni e che, tra l’altro, ha la copertina disegnata da Makkox. È stato presentato in occasione del 25 aprile.

Quest’anno, però, quelli di Barabba hanno lavorato instancabilmente e hanno fatto uscire anche un secondo ebook, Schegge di liberazione: outtakes, che contiene una serie di interventi che non sono potuti entrare nella versione cartacea.

Tra questi, e qui mi faccio un po’ di pubblicità, c’è anche un mio racconto: si intitola In fuga, ed è la storia di una salita solitaria in montagna, spingendo sui pedali, tra violenza e possibilità di futuro.

Leggetele tutte, le Schegge di liberazione, che ne vale la pena, di ‘sti tempi un po’ bui.

Da Festina lente di Roberto Laghi

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