Caro esordiente ti scrivo, così mi distraggo un po’ meno
Sarà vera o meno la leggenda tutta italiana che racconta di tre milioni di scrittori a fronte di un milione di lettori nel nostro paese, quello che si verifica quotidianamente sulle scrivanie degli editor di case editrici più o meno grandi è un vero stillicidio di fogli di carta, rilegati o meno, che crescono fino a far scomparire il suddetto professionista dell’editoria dietro ad alte colonne di manoscritti che nemmeno Paolo Villaggio nell’interpretazione del suo ragionier Fantozzi renderebbe bene l’idea.
Partendo da questo dato di fatto Cristiano Armati – già editor per Coniglio, Newton e Castelvecchi – ha costruito il suo ultimo libro: Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno, pubblicato a novembre da Giulio Perrone editore e dedicato a tutti gli aspiranti autori più o meno avvezzi al mondo editoriale e comunque pronti quotidianamente a rivolgersi in massa agli editori per vedere realizzato il proprio sogno nel cassetto, lo stesso dove ovviamente hanno custodito anche il proprio manoscritto.
Un libro, quello di Armati, che è un po’ manuale e un po’ diario di bordo, così che tra un consiglio, semiserio o meno, agli autori degli scrittodattili (come amava definirli il Benni di Achille Pie Veloce) l’autore racconta delle sue esperienze, della sua continua rincorsa al titolo in grado di fargli rinnovare il contratto per un altro anno e di tutti i rapporti intavoltati o meno con i rappresentanti della specialissima categoria degli “aspiranti scrittori”, sempre pronti a rincorrerlo per strada, a tempestarlo di mail o di messaggi sulla bacheca di facebook anche solo per dire: «Ti ho mandato una mail». Della serie “è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare” insomma, con buona pace degli alberi tagliati per stampare innumerevoli pagine che rischiano continuamente di essere risucchiate nella grande ressa.
Il tema, del resto, è molto sentito dall’altra parte della scrivania se anche Giulio Mozzi, decano talent scout e consigliere di molti aspiranti scrittori, qualche settimana fa, su Vibrisse, ha voluto dedicare un post proprio alla categoria, con un decalogo di norme da non sottovalutare per non perdere il treno. E se in rete non mancano decine di siti e forum in grado di illuminare i novelli scrittori sulla lunga trafila da seguire per aspirare a una pubblicazione che non sia a pagamento anche l’editoria di vecchio stampo si dedica all’argomento con sempre maggior interesse.
Noi, per chi avesse tempo e modo di scovarlo, vi consigliamo anche un altro interessante libro sull’argomento, firmato nel 2007 da Davide Musso e pubblicato da Terre di Mezzo. Si tratta di Voglio fare lo scrittore, una raccolta di interviste a 10 editor e agenti letterari (tra cui lo stesso Giulio Mozzi) che se non basterà certo a portare nell’olimpo degli scaffali il proprio manoscritto, potrà comunque spiegare meglio quali e quanti sono i passi da compiere al meglio per provarci… Insomma, sarà pur vero che in un libro conta la sostanza, ma voi tutti aspiranti “Fabio Volo”, sappiate che anche la forma, in più di un caso, è in grado di fare la differenza.
Ps. Siete liberi di considerare questo post già obsoleto a livello di “spicciola” attualità, e questo perché mentre veniva scritto, mi è arrivata notizia che proprio grazie alla collaborazione dei già citati Giulio Mozzi e Terre di Mezzo, a metà marzo uscirà per l’editrice milanese un piccolo tascabile dal titolo: Consigli tascabili per aspiranti scrittori… Come dicevamo? Ah sì, ci sono tre milioni di scrittori e un milione di lettori…
“La Lettura” anche Il Corriere approfondisce nel weekend
Da domenica 13 novembre esce in edicola “La Lettura”, nuovo inserto culturale, stavolta in allegato con Il Corriere della Sera, che va ad aggiungersi alle altre proposte editoriali per arricchire i quotidiani nazionali nel fine settimana. Da tanto mancava a una testata come quella di via Solferino un approfondimento sul panorama culturale, con presenza sovrana della letteratura piuttosto che delle arti visive, e il titolo rende omaggio (è sempre d’uso dare ai nuovi nati il nome dei nonni) al periodico mensile pubblicato proprio dal Corriere durante la prima metà del Novecento. Qui finiscono le similitudini.
“La Lettura” ha mire di una certa notevolezza, ma molto meno alte del “Domenicale” del Sole 24 Ore, o di “Alias”, è di certo più completo, meno frammentario e marchettaro di “Cult” di Repubblica, meno capillare di “Tuttolibri” e presenta un progetto editoriale più strutturato dell’altro nascituro del 2011, “Saturno” (solo per citare gli allegati culturali di fama meno settoriale).
Colpisce la scelta per l’immagine di prima pagina – un’opera del cinese Ai Weiwei – sia per l’intensità del volto ritratto sia perché l’immagine di un uomo incatenato alla sua sedia che ci guarda da quella che sembrerebbe essere una cella soddisfa la possibilità di diverse interpretazioni sul capire perché dia il volto all’inserto, e il saper creare movimento è comunque elogiabile in sé.
I contenuti della prima uscita sono racchiusi in quarantotto dense pagine di recensioni, percorsi di lettura (anche piuttosto forzati), reportage ecc. In apertura alcune proposte di Federico Fubini e Danilo Taino per abbattere la gerontocrazia con proposte alternative sul sistema elettorale nazionale; poi scienza e teologia, critica letteraria, classifiche di vendita, la sezione dedicata all’arte visiva, le mostre, la monografia su un personaggio scelto. Il menu di rito. Nell’ultima sezione (“Percorsi”) troviamo anche i nomi che hanno sostato a lungo nelle classifiche letterarie: Silvia Avallone parla di cosa ha influenzato la sua crescita culturale, Gian Antonio Stella si occupa del patrimonio italiano smembrato dall’abusivismo, Claudio Magris descrive la biografia di Hugo Sonnenschein, poi, ancora, la traduzione di un testo inedito di William Trevor e (perché mi sembra già visto?) i “Quaderni ucraini” di Igort.
Presenza immancabile, per ogni pubblicazione che si occupi di arte, cultura e mercato, è l’articolo dedicato a facebook e alle tecnologie digitali associate all’identità nell’epoca della sua moltiplicazione oltre che la creazione di una community online per i lettori della testata.
Non c’è voluto molto perché alcuni degli articoli di opinione trovassero la critica che, non si può non dirlo, meritano; il primo è stato Francesco Forlani su Nazione Indiana.
E non c’era neanche pericolo che, trattandosi di un inserto domenicale, “La Lettura” si sbilanciasse troppo in là rispetto ai discorsi di un universo culturale che è nella quotidianità; ma, facendo riferimento all’aspetto e alla validità di alcune firme, non lascia neanche insoddisfatti e ha la qualità di presentare articoli abbastanza lunghi da riuscire a sviluppare un discorso e portarlo soddisfacentemente avanti.
Valevole di nota (per il consiglio) un articolo di Aldo Busi a presentazione della nuova esposizione di Ileana Florescu “Lunatic”, visitabile alla Galleria il Ponte Contemporanea di Roma da giovedì 17 novembre.
Giornalismo: il paradosso dei precari che scrivono di precarietà
Inizio con un’affermazione provocatoria: forse anche i giornalisti stessi sono responsabili della precarietà che è diventata caratteristica principale del settore. Certo, sono anche i principali responsabili della redazione dei contenuti: senza i precari, che prendono nella maggior parte dei casi compensi da fame, nessuno potrebbe leggere i giornali o seguire i notiziari. Ma i giornalisti precari non smetteranno mai di fare il loro lavoro, nonostante tutto. Non so se per dedizione alla causa o abnegazione verso un mestiere che sta probabilmente attraversando una delle crisi più forti della sua storia. (E all’interno di questa crisi esplodono pure i dubbi personali.)
Perché si continua ad accettare di lavorare a queste condizioni?
Ma andiamo con ordine. Questa mia riflessione nasce da un servizio realizzato per Radio Città Fujiko in cui si parla proprio di precarietà nel giornalismo, segnalato su Twitter da jumpinshark, a cui ho fatto notare il paradosso dei precari che scrivono di precarietà, che potrebbe diventare quasi un nuovo genere letterario, come suggeriva lo stesso jumpinshark.
Continuando la discussione su Twitter, sono emersi parecchi problemi, tutti più o meno noti, ma ciò che mi colpisce è che sono tanti i giornalisti che scrivono di precarietà, in qualche modo rimuovendo la questione, allontanandola da se stessi, come se fosse un problema che non li riguarda. Inoltre, tante volte si denuncia la precarietà nel settore, ma fare i nomi è sempre difficile. A Presa diretta hanno recentemente compiuto un’azione onesta, sottolineando la precarietà di chi aveva realizzato i servizi. La ricerca Smascheriamo gli editori ha raccolto una serie di dati sui compensi nelle varie redazioni e forse non ha trovato la dovuta attenzione e non ha suscitato abbastanza rabbia. Ma quei numeri parlano da soli e, in ogni caso, il lavoro non è di certo completo.
Ogni articolo che parla di precarietà scritto da un giornalista precario dovrebbe iniziare con la frase: «Per realizzare questo articolo ho guadagnato x euro» (o, meglio, «guadagnerò», perché la puntualità nei pagamenti è un altro problema diffuso). Ovviamente non è possibile, perché una frase del genere non arriverebbe mai alla pubblicazione.
Non che questo possa risollevare la situazione dei tanti collaboratori e freelance italiani. Per fare questo servono soprattutto iniziative come quella della Carta di Firenze. Ma bisogna anche cacciare via i timori delle conseguenze, la paura che blocca tutti, che porta a fare un servizio sulla precarietà da precari (senza poterlo dire), che ha portato chi cerca di stare dentro questo settore a vivere una guerra tra poveri, nella quale se io rifiuto una collaborazione perché pagata troppo poco, c’è subito qualcuno pronto a non lasciarsi sfuggire l’occasione. E probabilmente la lista di coloro che possono permettersi di lavorare anche gratis è ancora lunga.
La precarietà nel giornalismo è un corto circuito in sé, un’impasse, perché i giornali stessi oscurano i precari che li tengono in piedi. Quindi ben venga che se ne parli, ma bisogna provare a osare di più, a colpire più a fondo. Perché lavorare come freelance potrebbe davvero essere il modo migliore per svolgere questa professione ma non se è un gioco al massacro.
In Italia il giornalismo è in agonia e le ragioni sono tante: la precarietà, il sostanziale monopolio televisivo sul mercato pubblicitario, la questione dei finanziamenti pubblici all’editoria che distorce ulteriormente il settore, la difficoltà tutta italiana nell’alfabetizzazione informatica che riguarda troppo spesso anche i giornalisti e l’informazione. Ma se la scossa non viene da quelli che tengono in piedi tutto questo sistema, be’, allora il giornalismo italiano resterà in agonia ancora per parecchio tempo.
Credits: jumpinshark per la segnalazione e lo spunto, taipei per il confronto.
Da Festina lente di Roberto Laghi
Sur, letteratura latinoamericana a distribuzione indipendente
Scoprire e riscoprire la letteratura latinoamericana attraverso la pubblicazione di autori di oggi, rilanciare i classici contemporanei e dare nuova linfa alla distribuzione attraverso un rapporto diretto e di fiducia con i librai, soprattutto quelli indipendenti; sono questi gli intenti e gli obiettivi di Sur, il nuovo marchio editoriale nato come costola di Minimum Fax, che approda in libreria questa settimana con Da sabato a sabato, una serie di iniziative ed eventi per l’uscita contemporanea dei suoi primi tre titoli: Scene da una battaglia sotterranea di Rodolfo Fogwill, I fantasmi di César Aira e Prima della fine, l’autobiografia “centenaria” di Ernesto Sabato, l’intellettuale argentino scomparso lo scorso aprile.
Che dalle parti di ponte Milvio ci sappiano fare non è certo un segreto e non c’è quindi da stupirsi che Sur arrivi all’appuntamento ben preparata, con un progetto grafico “caldo” ideato dagli stessi autori delle grafiche Minimum e puntando fortemente su un modello di distribuzione orizzontale che intende saltare la dispendiosa filiera classica editore-distributore-grossista-libraio concentrandosi piuttosto sul colloquio diretto con le librerie, cui vengono proposte offerte e sconti proporzionali alla quantità di libri acquistati e alla scelta di rinunciare al diritto di resa.
Sur, inoltre, punta alla fidelizzazione dei lettori che, in una sorta di mecenatismo del terzo millennio, potranno anche scegliere di cofinanziare la stampa di un libro singolo o sottoscrivere abbonamenti annuali, diventando così quegli “SponsorSur” che vedranno il proprio nome citato su ogni copia stampata. Tutto ciò, nelle intenzioni di Cassini & co., per cercare di ridare il giusto spazio all’editoria di qualità, strangolata ormai da più versanti e da un sistema di vendita fatto su misura per i libri da “vetrina” venduti nei grandi centri commerciali.
Una nuova sfida per il marchio simbolo dell’editoria romana dunque, che sembra già aver riscontrato l’interesse proprio di quelle librerie indipendenti – alle prese anch’esse con non pochi problemi legati alla grande distribuzione – sempre pronte ad accogliere tra i propri scaffali progetti e libri di qualità.
E se il marketing e la comunicazione “alternativi” non dovessero bastare, c’è sempre da sperare che il contenuto riesca a emergere e ad avere la meglio, con l’occhio rivolto, in questo caso, a quella letteratura latinoamericana che torna a farsi spazio nelle nostre librerie, portandosi dietro i colori, le sfumature, le fasi storiche e le contraddizioni di tutto il continente.
Pronto Jobs? Mi senti?
Dal diario di una redattrice in panne – Estratto numero 2
Punto e a capo, puntini di sospensione, punti fermi che traballano e vite che si sgretolano con la lentezza inesorabile delle valanghe.
Del perché l’editoria è finta.
Qualche giorno fa è morto Steve Jobs. I social network si sono riempiti di mele a mezz’asta, “siamo il vecchio che avanza”, ho pensato: ho un nipote undicenne che usa autonomamente, e per sua personale scelta, Ubuntu.
«Stay hungry, stay foolish!», aveva detto papà Mac a dei giovani laureati da “sogno americano”, col cappello americano, lui, che allo studio aveva preferito vivere e creare. Abbiamo fame, questo è certo, e se perseveriamo così diabolicamente, di certo, le nostre rotelle non sono tutte al loro posto.
Grazie Steve, per l’iPod, l’iPhone, l’iPad che non mi sono mai potuta permettere, ma grazie soprattutto per la dignità che hai dato, con quelle parole, a una condizione mentale ed esistenziale che siamo costretti a vivere. Grazie perché la tua storia è uno degli ultimi grandi esempi di comunione tra téchne e physis: forma e sostanza dell’arte. Contenuto e contenitore. Solidità e disciplina del genio. Cose che non esistono più, forse – paradosso – anche un po’ per colpa tua.
Cosa c’entra Steve Jobs con l’editoria?
C’entra, perché prima di inventare scatolette di design, il capo fondatore della Apple si era dedicato a qualcosa di minimo e concreto, come le lettere, quelle che compongono le parole con cui costruiamo i libri. (Ragazzi del settore, lo sapete cos’è un carattere Sans Serif? Se non lo sapete fatevi una ricerchina.) Poi c’entra perché siamo un branco di morti di fame, ma tutti digitiamo da candidi e costosi Mac, che montano processori Intel, ma fanno lo stesso tanto life-style.
Allora, bella gente, vorrei partire da questo binomio forma/sostanza, che ormai suona come una dicotomia, riflettere e denunciare un po’ di fatti che non hanno a che vedere con il sistema che non paga, con gli stipendi che non arrivano: per questo, se avete nervi saldi, potete guardarvi in rete la replica di Presa diretta di domenica 2 ottobre, o telefonare a uno qualunque dei vostri indaffarati colleghi e chiedergli come ci si specializza in riscossione crediti.
Quello che voglio dire ha a che fare con “noi” disperati manovali dell’editoria che ci compiacciamo un po’ troppo e che non siamo una categoria perché non vogliamo esserlo: facciamo quello che facciamo per puro e individuale narcisismo di forma. Guardiamoci allo specchio, piantiamola di vittimizzarci, chiediamoci se abbiamo scelto questa strada perché era la nostra o perché faceva tanto fico. Chiediamoci se siamo persone capaci.
Sono incazzata, Steve, molto incazzata, e danzo sul filo della follia. Perché mi avevano detto che la penna (la tastiera?) pesa più della zappa e fa più male della spada, ci ho creduto, ci ho investito, per poi accorgermi che era una stronzata grossa come il mondo, che per cambiare le cose forse bisogna iniziare a spaccarle sul serio. C’è chi si è fatto il culo e rovinati gli occhi, per rendersi conto di essere circondato da semianalfabeti che pretendono di “fare cultura”, ma quella penna non la sanno usare, nemmeno la tua tastiera, sanno solo garrire. Siamo circondati di parole inutili (comprese queste?) che non servono proprio a niente.
Allora, esemplifico. Tutti o quasi abbiamo Facebook, presumo che le nostre liste di finti amici pullulino di case editrici. Dateci un’occhiata, ci troverete nell’ordine: giorni della settimana scritti senza accento finale, stessa cosa si dica per il “sì” (parola italiana usata per comunicare risposta positiva), moltiplicazione di puntini di sospensione che diventano quattro al posto di tre, perché meglio abbondanti che deficienti, ops… deficitari, virgole tra soggetti e verbi, per non parlare di banali errori di battitura, che l’interfaccia permette ovviamente di correggere, se non correggi è perché pensi che vada bene così… Quando eravamo a scuola noi, la Gelmini schitarrava canti religiosi all’ACR, è nostra o è di Berlusconi la colpa di tanta ignoranza?
Pronto? Ci siete? Si distruggono indispensabili foreste per fare libri (che nella maggior parte dei casi sono superflui), quelle pagine virtuali aggiornate dagli iPhone sarebbero lo specchio di qualcosa che dovrebbe essere “culturale”? Di cosa cazzo stiamo parlando? Ritornate alle elementari. Compratevi una grammatica prima di lamentarvi che a stare seduti tutto il giorno fa tanto male la schiena, oppure provate a fare i camerieri per un paio di sere, presuntuosi figli di papà del cazzo, ce l’avete una sostanza? Ce l’abbiamo?
È con questa massa di idioti finto-patinati che dovrei identificarmi, che dovrei combattere una battaglia che non sia solo per la MIA personale sopravvivenza?
Poi conosco anche persone in gamba davvero, persone piene di idee, persone che sanno ancora che per scrivere occorre la sintassi e che hanno fatto chilometri per arrivare fin qua, a fatica, senza calci nel culo, che sono brave a fare quel che fanno, ma non gliene frega niente a nessuno. Persone che mentre parlano dicono cose, non muovono solo l’aria. Persone che ammiro e che sono costrette a mollare, perché i posti di lavoro, quei pochi che ci sono, sono occupati dai suddetti ignoranti che invece, molto spesso, non sanno fare niente di niente. Il perché mi risulta misterioso.
Esistono persone che continuano a gestire siti come questo, e come altri, per passione pura, autogestendo la loro fantasia e la loro fame. Matti, incoscienti! E persone che lavorano senza esibirsi, stando zitte, se l’alternativa è parlare di cose che non sanno. Tasto per tasto, come formiche, non pavoneggiandosi come cicale e come cicale cicaleggiando. Persone che non hanno scelto di fare questo mestiere perché amavano i brunch di lavoro, ma perché ci credevano sul serio, a partire dal “come si fa”. Queste persone qua, però, sono sempre le ultime di qualche lista.
Allora Steve, siamo incazzati e siamo folli, nostro malgrado. La maggior parte di noi ha voluto possedere uno dei tuoi bei Mac senza sapere cosa fosse un Sans Serif: il pressappochismo è il male del secolo, in tutti gli ambiti del nostro essere e sentire. L’editoria è pressappochismo, rumore di specchi su cui la gente si arrampica a suon di avverbi. Pleonasmo di pleonasmo. E siamo troppi. E siamo, ammettiamolo, ignoranti, nella tecnica e nell’uso della parola. Allora vorrei fare come te, ritirarmi dalla ressa e chiudermi in un garage; smetterla di parlarmi addosso e inventare un modo innovativo per FARE qualcosa, e cominciare, magari, a coltivare piante, per risarcire i boschi, anziché sogni affollati di parole vuoto a perdere.


